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Data: 13/02/2026 - Ora: 11:10
Categoria:
Cultura
Domenica 15 febbraio VI domenica del tempo ordinario
Matteo Evangelista, in questa domenica, mette in crisi il nostro modo, tutto umano, di relazionarci col prossimo. Gesù non è
venuto per toglierci l’impegno nel vivere le relazioni fra noi, ma per sostituire alla legge del taglione – occhio per occhio, dente
per dente - che regolava i rapporti tra coniugi, fratelli e con altri in genere, con la legge divina della Carità. Se offendere il
prossimo, prima del Vangelo, richiedeva una penale, stabilita dagli scribi e dai farisei, con l’Annuncio delle leggi della Carità
cristiana, l’offesa arrecata al prossimo mette a rischio perfino la salvezza eterna. Chi infatti, accetta di vivere una relazione
fraterna in disarmonia, pure se "l’altro" è il colpevole della divisione, prima di accostarsi all’altare per offrire il dono, deve
riconciliarsi con il prossimo , e quindi può tornare a presentare a Dio la propria offerta. E’ utile la rapida riconciliazione, dopo
la lite, con il fratello, perché il Giudice Dio potrebbe mandarti in "prigione"( = a purificarti ) fino a quando non avrai scontato il
tuo "debito".
"Non giurare" è un obbligo morale – insegna il Nazareno – giacché deve bastare il nostro "si" o "no" a rendere certo della
verità chi ci è di fronte, anche perché non c’è nulla che ci appartenga su cui possiamo giurare, neanche il nostro capo.
Il perdono del "nemico" è poi l’aspetto divino che il Vangelo introduce a "sanare" la divisione rancorosa contro l’altro. Adirarsi
contro il proprio simile è dilittuoso. Non c’è difficoltà relazionale che consenta a noi cristiani il rifiuto di aiuto, di soccorso, nei
confronti di chi ci abbia offeso o ferito. Viene dal Cielo questa giustizia e Gesù la introduce sulla terra per abituarci alla vita
con i beati. Di fatto si soffre maggiormente nel creare o accettare "la divisione" dal prossimo che nel superare le ragioni
dell’antagonismo fra noi e lui. Sarebbe d’altronde impossibile pregare il Padre "nostro" a quanti, tra loro divisi, non potessero
riconoscersi "fratelli" di fronte allo stesso Padre divino.
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